Sono una troia. Di quelle insopportabili; della peg-

gior specie, una troia del XVI arrondissement, più ag-

ghindata dell'amante del tuo capo. Se sei cameriere in

un posto “in” o commesso in una boutique di lusso,

come minimo ci vuoi vedere morte, a me e a quelle co-

me me. Ma siccome non si uccide la gallina dalle uova

d'oro, la mia razza insolente perdura e prolifera…

     Sono il simbolo eclatante della persistenza del mo-

dello marxista, l'incarnazione dei Privilegi, il profumo

inebriante del Capitalismo.

    Da degna ereditiera di generazioni di donne di

mondo, passo più tempo io a limarmi le unghie, a far-

mi bella al Comptoir du Soleil o in un salone di bel-

lezza col culo su una poltrona e la testa tra le mani di

Alexandre Zouari, o a farmi tutte le vetrine del Fau-

bourg Saint-Honoré, che tu a lavorare per far fronte

ai tuoi umili bisogni.

     Sono un puro prodotto della Think Pink Genera-

tion. Il mio credo? Sii bella e consuma.

…..

   Reclutata nel vortice delle tentazioni plateali, sono

la musa del dio Apparire sul cui altare ogni mese im-

molo allegramente il corrispettivo del tuo stipendio.

     Un giorno o l'altro mi esplode l'armadio.

     Sono francese e parigina e me ne sbatto, apparten-

go a una sola comunità, la cosmopolitissima e molto

controversa Gucci Prada Tribe; il monogramma è il

mio emblema.

     Sono un po' ridicola. Su, confessalo pure che mi

prendi per un'emerita stronza griffata Gucci dalla te-

sta ai piedi, sorriso smagliante e ciglia sfarfallanti.

     Ma sbagli a sottovalutarmi: queste sono armi temi-

bili, è merito loro se un giorno o l'altro accalappierò

un marito ricco sfondato almeno quanto papà, condi-

zione indispensabile perché la mia esistenza possa

continuare così deliziosamente ed esclusivamente futi-

le. Perché lavorare non rientra nella lista dei miei in-

numerevoli talenti. Ecco, mi farò mantenere. Come

mia madre e mia nonna. Detto questo, da qualche de-

cennio la concorrenza sul mercato matrimoniale extra

lusso è feroce. I buoni partiti sono richiesti a destra e a

manca da un plotone di modelle, segretarie e soubret-

te ambiziose, disposte a tutto per la carriera, che non

si fermano davanti a niente pur di ottenere la parte del

leone. La parte del leone = un appartamento sulla riva

destra per i party + una Mercedes classe A + un guar-

daroba firmato di pessimo gusto + due marmocchi

biondi + sfida a vecchie colleghe meno fortunate.

      E già, noi della Parigi ovest siamo tutti belli e ricchi.

     Ricchi, lo capisci facilmente, visti i prezzi al metro

quadro: se non fossimo ricchi non abiteremmo certo

lì. Belli, ti sento perplesso. Riflettici un po'. In un

mondo in cui il sesso, da generazioni, è la chiave per

l'ascesa sociale, le famiglie brutte sono state epurate a

forza di matrimoni male assortiti, e l'unione tra un

trippone debordante lardo e milioni e un'arrivista ben

equipaggiata, in genere sortisce la progenie perfetta,

dotata del fisico della mamma e del conto in banca del

papà. Certo, non sempre fila tutto liscio: basta un

niente e papà si fa intortare sul lavoro e i geni di mam-

ma non riescono a spuntarla, e allora il bambino può

anche nascere brutto come il padre e spiantato come

la madre. È quella che si chiama sfiga, ma non voglio

dilungarmi su questo. Non ho preso carta e penna per

descriverti l'esistenza di gente laida e squattrinata: pri-

mo perché non ne conosco, secondo perché l'argo-

mento non è dei più allegri.

      Sai, il mondo è diviso in due: ci sono quelli come te

e poi quelli come me. Ammetto che il concetto suona

un po' ermetico…

      Mi spiego. Hai una famiglia, un mestiere, una mac-

china, un appartamento che stai ancora pagando.

Traffico, lavoro e sogni d'oro: ecco il trittico della tua

vita se tutto va bene. Se invece va male, metro, ufficio

di collocamento e insonnia causa problemi economi-

ci. Il tuo avvenire si riduce alla ripetizione del tuo

presente. I tuoi figli, se sono in gamba, al massimo

abiteranno in una casa più grande di cinquanta metri

quadri e rivestiranno in pelle i sedili della Renault Sa-

frane station wagon. Sarai fiero di loro. Ti porteranno

i pargoli in vacanza nella casa che avrai comprato nel

Sud della Francia una volta pensionato e sfinito.

     Sei un borghese medio, sai riparare la TV e la tua si-

gnora sa cucinare bene. Per sua fortuna, altrimenti l'a-

vresti mollata per una uguale in versione più giovane,

visto che ti manda in bianco da vent'anni con la scusa

dell'emicrania. L'ultima volta che l'hai toccata risale al-

l'ultima partita Francia-Italia, quando l'hai afferrata

convulsamente per il braccio perché la Francia ha se-

gnato a trenta secondi dalla fine. «Scusami tanto, cara».

      In questo momento i pensieri non ti mancano: devi

riparare la lavatrice, Jennifer s'è tinta i capelli di rosso

e sembra più devota al piercing che al catechismo,

Kevin s'è preso un accento di periferia tra i più

sguaiati. Sono entrambi mediocri e brutti. Sarà il fat-

tore ereditario. Tua moglie, frustrata, lascia intenzio-

nalmente sulla tua scrivania dei numeri di «Men's

Health». Ti sorprendi a sognare la tua segretaria in

perizoma, tua nipote in perizoma, tutti in perizoma.

La tua vita non ti soddisfa più.

     E ti è andata anche bene. Potresti abitare in un tri-

locale più cucina di periferia, senza lavastoviglie né

TV. La versione con TV sarebbe ancora peggio, perché

i tuoi sei figli la farebbero sbraitare in permanenza,

soprattutto durante i reality show.

     Potresti vivere per strada.

     Potresti anche essere dei nostri…

     Ma noi chi siamo?

     Siamo semplicemente gli eredi dei Signori dell'an-

tica Roma, dei Sovrani del Medioevo, della nobiltà di

spada del Rinascimento, dei grandi industriali del-

l'Ottocento, l'infima frazione di privilegiati che detie-

ne il cinquanta per cento del patrimonio nazionale

nelle proprie casseforti farcite di gioielli Cartier.

     La proprietà è all'origine della disuguaglianza tra

gli uomini. Noi non ci lamentiamo.

     Noi possiamo fare tutto, avere tutto, perché pos-

siamo comprare tutto. Nati con un cucchiaino d'ar-

gento nelle nostre boccucce VIP, infrangiamo allegra-

mente tutte le regole perché la legge del più ricco è

sempre la migliore.

     Che goduria sventolare la nostra opulenza-deca-

denza sotto il naso della povertà frigida e virtuosa;

Prada sbanca nella sede del Partito Comunista, il pre-

sunto padrone del mondo J.M. Messier esibisce i suoi

calzini bucati, Galliano s'ispira ai barboni del Bois de

Boulogne per la sua collezione inverno 2000… Non

lo facciamo apposta. Ci siamo rotti le palle di essere i

ricchi che fanno i ricchi. Gucci lancia il polsino brac-

ciale, i “figli di” si rasano il meno possibile, l'avenue

Montaigne pullula di berretti, Helmut Lang schizza

un po' di pittura su un jeans sporco e lo vende a cen-

tottanta euro…

     A duecento all'ora per le vie di Parigi, dov'è bene

andare al massimo quando siamo al volante, mischia-

mo l'alcol allo spinello, lo spinello alla coca, la coca al-

l'ecstasy, e i ragazzi vanno a puttane senza preservativo

e poi vengono dentro le amiche delle loro sorelline che

la danno comunque dalla sera alla mattina. Siamo in

pieno delirio, travolti da una corsa sfrenata allo spreco

smodato, al lusso lussurioso. Prendiamo il Prozac co-

me tu prendi l'aspirina, vorremmo suicidarci a ogni

estratto conto, perché è davvero vergognoso se si pensa

che altrove ci sono bambini che muoiono di fame men-

tre noi sbafiamo a più non posso. Il peso dell'ingiusti-

zia del mondo grava sulle nostre fragili spalle di bambi-

ni delicati che non siamo più. Le vittime siete tu e quel-

li come te, ma non ve lo possiamo certo rimproverare.

Qualsiasi cosa facciamo, è comunque una vergogna.

     Sì, ci versiamo addosso interi magnum dei migliori

champagne sulle spiagge di Saint-Tropez. E allora? Sie-

te mica voi a pagare il conto? E poi l'estate scorsa ho

notato che la spiaggia pubblica incollata alla Voile Rou-

ge era sempre affollatissima. La fiera del nudo come se

niente fosse, e quando passava una Porsche, perfino

una banale Boxster (tra noi la chiamiamo la Porsche

dei poveri perché non costa nemmeno cinquantamila

euro), l'aria diventava elettrica, roba da farti volare il

cappello, lasciar cadere il panino o il cornetto, spegne-

re il walkman, insomma roba da farti cadere le braccia,

da non riuscire più a respirare tra quella serie di «oh-

ah» che coprivano il rombo del motore… Se poi spun-

tava una Ferrari, era l'infarto collettivo. Inutile negare,

ero lì e vi ho visti bene, te e quelli come te… Occhi

scintillanti, mani tese, sprizzavate invidia da tutti i pori,

scavalcavate perfino lo steccato divisorio per spiare un

centimetro di perizoma, il profilo peggiore di una star e

respirare le squisite essenze di un Dom Pérignon 1985

su un costume da bagno Eres ancora umido, o sulla

pelle dorata di una riccona. Avreste dato qualunque

cosa per essere al posto nostro.

     Vi fate del male.

     Astiosi, gettate fango sulla nostra condotta. Volete

farci sentire in colpa perché spendiamo quello che voi

non possederete mai. Ma non ce la fate.

     Per la cronaca, vorrei segnalare che noi paghiamo

le tasse, che su dodici mesi di fatica estenuante a im-

partire ordini al prossimo il frutto di sei lo vediamo

col cannocchiale, che lo Stato ci salassa affinché i vo-

stri figli vadano a scuola. Allora, lasciateci in pace.

 Insomma, per ora mi sta anche bene. La mia sola

preoccupazione è cosa mettermi addosso oggi. Pranzo

con Victoria al Flandrin, dovrei essere già lì, ma visto

che lei è puntuale come lo sono io posso tranquillamen-

te avviarmi tra mezz'ora, e ci scommetto la mia borsa

Gucci che mi toccherà aspettarla almeno dieci minuti.

     Dunque, ho tre quarti d'ora per vestirmi, che non

è una cosa da nulla. Passo in rassegna il contenuto del

mio guardaroba e dei miei due armadi. Credimi, l'ab-

bondanza non è un dono, la varietà della scelta è un

problema. Una sfilza di vestiti, e niente che m'ispiri.

Resto impalata in mezzo alla stanza in perizoma, siga-

retta in bocca, piangendo quasi d'impotenza, e la cosa

mi SNERVA. Senza molta convinzione, alla fine m'infilo

un abito Joseph rosa pallido inaugurato a Saint-Tro-

pez il weekend di Pasqua, e cincischio un'altra ora

per scegliere la pashmina da abbinare.

     Le mie Pantofole Prada sono nell'ingresso, ovvia-

mente: mai nessuno che metta in ordine in questa ca-

sa. Agguanto la già citata borsa Gucci e meno male

che ho appena comprato gli ultimissimi occhiali Ch-

loé, perché solo a pensarci mi torna il buonumore.

Bella, abbronzata e griffata, lascio il mio appartamen-

to saltellando, col cuore leggero.

     Sento vibrare il cellulare.

     Numero privato.

      «Sì?».

     «Stai bene, cara? Dove sei?».

    È solo un vago conoscente, come si permette di

chiamarmi cara?

     «Sto uscendo di casa, pranzo con Victoria al Flan-

drin».

 «Aspetta, sono nei paraggi, passo a prenderti».

     «OK, ma sbrigati».

     Arriva dopo tre minuti, tronfio come al solito nella

sua Porsche; io intanto parlo al telefono con Victoria

che è ancora nella vasca da bagno, lo sapevo ma le

faccio comunque una scenata per darmi un tono. Lei

muore dal ridere, se ne sbatte.

     Filiamo a razzo sull'avenue Henri-Martin, tocchia-

mo i centocinquanta e per poco non investiamo un

idiota.

     Cinque minuti dopo siamo al Flandrin. I tavoli al-

l'aperto sono già presi d'assalto, ma che ci frega: se

non ci sono più posti, i camerieri me ne inventeranno

uno. Ah, il Flandrin…

     Nella Parigi tetra della metro e della gente anoni-

ma, esiste da qualche parte un'isola felice, lussuosa e

confortante. Oasi di pace, luogo di ritrovo, sede della

nostra comunità, Saint-Tropez in pieno settembre.

     Qui, il sole non tramonta mai. Un raggio colpisce i

capelli dorati di una splendida ragazza col naso fresco

di chirurgia, devia per accarezzare il paraurti lucente

della Bentley blu notte di un playboy stagionato che

pranza, quindi si riflette sulle lettere dorate di una bor-

sa Dior e fa brillare di mille luci il cuore di strass dei

miei occhiali Chloé. Il suo bagliore infiamma la fibbia

di una cintura Gucci, impazza sui due ori Chaumet di

una libanese che legge «Point de vue», urta il mio ac-

cendino Dupont e si perde nelle bollicine della mia

coppa di champagne…

     Victoria è appena arrivata. Si siede, ordina una ca-

prese e inizia il linciaggio dei presenti. Vedere ed esse-

re visti? No, linciare e farsi linciare. Oltre alla qualità

del servizio e della cucina (tranne i dessert che sono

notoriamente immangiabili), il Flandrin rappresenta

la fiera della mondanità, l'appuntamento del jet-set

parigino, e uno sconfinato terreno d'azione per le ma-

lelingue come noi. D'altronde non siamo le sole. Do-

vreste vedere quelle fanciulle in fiore tutte in look di

stagione, capelli mordorè, graciline, pranzare così de-

licatamente, i gomiti incollati al corpo e l'aria di non

voler toccare nulla…

     Su, avvicinati… ancora un po'… e ascolta le loro

voci rauche e veementi…

     Guarda, quella si è rifatta il naso… E Julian: chi è

la troia che pranza con lui? È una ragazza dell'Est,

l'ha comprata da Vittorio… Non sapevo che Vittorio

trafficasse in ragazze dell'Est… Come credi che le pa-

ghi le bottiglie, lo sai anche tu che la famiglia non ha

un soldo, lui viene proprio dal niente… Hai visto

Cynthia, ha una borsa Chanel da milleottocento eu-

ro… Esce di nascosto con Benji il matto, lui le paga

tutto… Dove cazzo li piglia tutti quei soldi? Si è ap-

pena comprato la nuova BMW M3?… Dalla Borsa, ma

non durerà, non ti preoccupare… Non ti girare, c'è

l'amore della tua vita… Con chi sta? Con l'amore del-

la mia vita… Stanno salutando Cynthia… Pronto, sì,

bene… Al Flandrin… nobody interesting… Ci rag-

giungi… OK, cara, un bacio… Per favore, potrei avere

una crème brûlée? Grazie… Di chi è quella Ferrari?

Come stai? Siediti pure… A Marbella, credo, ho un

amico venezuelano che affitta uno yacht di cinquanta

metri… O allora a Bali con i miei, per staccare un po'

da qui, c'è un tale piattume… Una fortuna al ca-

sinò… Quel ragazzo non lo reggo proprio… Sono sfi-

nita, ieri sono passata da Chris e abbiamo trombato

come matti… Carini un sacco i tuoi occhiali Chanel…

Grazie, mi sono anche comprata una Smart cabrio…

Sai con chi ho scopato ieri sera? Ce ne andiamo?

      Nel taxi che mi riporta a casa, ho mal di testa per le

troppe sigarette e l'impressione di aver perso tempo.

    Cosa ho fatto oggi? Ho pranzato egregiamente:

una caprese, una sogliola che ho rispedito in cucina

una prima volta per farmela spinare, e una seconda

perché intanto si era freddata; lo stesso ho fatto con

un piatto di macarons troppo dolci.

     Ho invitato Victoria, centoventi euro per un pran-

zo tra amiche mi pare onesto.

    Un imbecille ci ha fatto portare una bottiglia di

Bollinger e ce la siamo scolata. Per educazione.

     Ci hanno raggiunto Julien, David e David, rispetti-

vamente il figlio di un cantante molto famoso che mi

sono fatta, il figlio di un manager molto importante

che pure mi sono fatta, e il figlio di un ex ministro che

non mi sono fatta perché è un rospo.

     Ho salutato quarantadue persone, di cui sei che

non conoscevo e che mi sono state presentate.

     Una Ferrari Maranello immatricolata in Lussem-

burgo ha attirato la mia attenzione. Il suo proprietario

purtroppo non si è manifestato.

     Il figlio rospo dell'ex ministro è andato al cesso a

farsi una sniffata, e i figli del famoso cantante e del

manager importante hanno sfottuto di gusto la mam-

ma del figlio dell'ex ministro che i rispettivi padri si

erano abbondantemente inculati.

     Tornato dal cesso mezzo fatto e rinvigorito, il figlio

dell'ex ministro ha approfittato dell'assenza del figlio

del cantante, impegnato a inveire per interposto cellu-

lare contro i meccanici della Porsche che non gli aveva-

no ancora riparato il cambio massacrato due giorni pri-

ma durante una corsa, pure persa, contro un certo An-

drea sulla tangenziale alle tre di mattina… Dunque, di-

cevo, il figlio dell'ex ministro ha approfittato del mo-

mento per dirmi che il famoso cantante è sul lastrico.

     «Eppure il figlioletto viaggia in Porsche!».

     «Segno esteriore di una ricchezza rudimentale, ap-

pena più rappresentativo di un Nokia 8210».

      «Ah».

     E tu che sogni la nostra opulenza eclatante e dora-

ta… è tutto un bluff. Soldi, macchine, amici, case spar-

se ovunque, libero accesso ovunque… E sempre senza

avere un tubo da fare. Se non sputtanarsi a vicenda.

     La verità è che ci rompiamo profondamente per-

ché non abbiamo più niente da desiderare.

     Il mondo è troppo piccolo: a otto anni l'avevamo

già percorso in lungo e in largo in business class.

……

Par sogno - Publié dans : leggo - Voir les 0 commentaires
Mardi 23 février 2 23 /02 /Fév 11:54

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